La virtualizzazione rappresenta uno dei pilastri delle infrastrutture IT enterprise. Oggi, però, l'evoluzione del mercato e dei modelli di licensing sta portando molte organizzazioni a rivalutare le piattaforme adottate e a considerare nuovi percorsi di modernizzazione. Ne abbiamo parlato con Eugenio Marzo, Execution Manager dell'area DevOps Cloud Native Infrastructure, Eugenio Pascuzzi, DevOps Engineer, e Federico Yusteenappar, DevOps & Operation Engineer, nella puntata della nostra rubrica Pit Stop dedicata a Red Hat OpenShift® Virtualization.
OpenShift® Virtualization è una funzionalità di Red Hat OpenShift che consente di eseguire macchine virtuali all'interno di un cluster Kubernetes affiancandole ai container e gestendole attraverso gli stessi strumenti e processi operativi. Basata sul progetto open source KubeVirt e KVM, permette di adottare un modello di gestione unificato in cui workload tradizionali e applicazioni cloud native convivono sulla stessa piattaforma.
Come spiega Eugenio Marzo, questo significa poter estendere alle macchine virtuali tutti i vantaggi di un ecosistema cloud native: automazione, approccio dichiarativo, pratiche GitOps e gestione deterministica dell'infrastruttura.
L'interesse verso OpenShift Virtualization nasce dalla necessità di rendere le infrastrutture più semplici da gestire e più flessibili nell'evoluzione.
Tra i principali benefici evidenziati durante la puntata emergono tre aspetti importanti. Il primo riguarda la possibilità di gestire container e macchine virtuali attraverso un'unica piattaforma, riducendo la frammentazione degli strumenti e dei processi. Il secondo è la standardizzazione delle attività operative. Automazione, controllo degli accessi, monitoraggio e policy possono essere governati con un modello comune, favorendo maggiore coerenza tra ambienti e team. Infine, OpenShift Virtualization rende possibile affrontare la modernizzazione in modo progressivo. Le macchine virtuali possono essere migrate senza intervenire immediatamente sulle applicazioni, lasciando alle organizzazioni la possibilità di pianificare l'evoluzione verso architetture cloud native secondo le proprie priorità.
Una migrazione efficace richiede innanzitutto una conoscenza approfondita dell'ambiente esistente. Il percorso inizia con un assessment delle macchine virtuali, delle dipendenze applicative e delle caratteristiche dell'infrastruttura. Sulla base di questa analisi vengono definiti piani di migrazione progressivi, organizzati per gruppi di workload, così da ridurre i rischi e garantire continuità operativa. A supporto di questo processo interviene Migration Toolkit for Virtualization (MTV), lo strumento che consente di collegare l'infrastruttura sorgente, analizzare le macchine virtuali e gestirne la migrazione verso OpenShift Virtualization.
Nei contesti supportati, il processo consente anche di preservare caratteristiche fondamentali della macchina virtuale, come l'indirizzo IP e la configurazione di rete e lo storage, semplificando l'integrazione con i sistemi già presenti.
Il vero cambio di passo si vede nella gestione quotidiana delle infrastrutture. Il provisioning di una VM segue gli stessi principi utilizzati per le altre risorse Kubernetes: configurazioni dichiarative, versionamento del codice e automazione tramite workflow GitOps.
Sul fronte della continuità operativa, funzionalità come la live migration consentono di spostare una macchina virtuale tra nodi differenti senza interrompere il servizio. Anche il monitoraggio si integra con lo stack di osservabilità di OpenShift, basato su Prometheus e sulle dashboard della console, offrendo una visione unificata di macchine virtuali e container. Strumenti aggiuntivi, come Grafana, possono essere integrati quando previsti dall’architettura.
E per la protezione dei dati? L’infrastruttura beneficia dei meccanismi di sicurezza della piattaforma, tra cui RBAC, workload eseguiti normalmente senza privilegi, separazione tramite progetti e policy di rete. La cifratura dei dischi dipende invece dalle funzionalità e dalla configurazione dello storage sottostante e, quando necessario, può essere implementata anche nel sistema operativo guest.
L’elemento che accomuna questi aspetti è l'approccio Infrastructure as Code. La possibilità di descrivere infrastrutture, networking e configurazioni attraverso codice rende gli ambienti riproducibili, verificabili e facilmente automatizzabili, riducendo le attività manuali e aumentando affidabilità e controllo operativo.
Come Advanced Partner Red Hat, affianchiamo le organizzazioni nella migrazione e organizziamo workshop tecnici nei quali approfondire e sperimentare strumenti, metodologie.
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