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Come migrare 20.000 VM su Red Hat OpenShift

 

 

Nell'ultimo episodio di Pit Stop abbiamo affrontato il tema della virtualizzazione e della migrazione con Red Hat, partner storico con cui collaboriamo sin dalla nascita di Sourcesense.

Alessandro Pittore, Senior Account Executive di Red Hat, con Cristina Marasca e Valerio Ferrero, Sales Manager e Partner Manager di Sourcesense, hanno raccontato i capisaldi di questa partnership e il metodo di lavoro per gestire anche grandi progetti, come la migrazione di 20.000 macchine virtuali da una piattaforma proprietaria a Red HatOpenShift Virtualization.

Cosa vuol dire essere partner oggi

In passato "essere partner" riguardava un perimetro soprattutto commerciale: accordi, certificazioni, visibilità. Oggi, in uno scenario in cui innovazione e controllo devono coesistere, il valore di un partner sta nella capacità di gestire diversi aspetti: intelligenza artificiale, automazione e modernizzazione delle architetture, insieme alla necessità di mantenere governance su dati e infrastrutture.

Come Red Hat misura una partnership

Secondo Alessandro Pittore, perché una partnership porti valore, serve prima di tutto la convergenza strategica: lavorare lungo direttrici comuni, come virtualizzazione, AI e sovranità digitale. Conta poi l'abilitazione reciproca, ovvero la capacità di ciascun partner di portare il proprio contributo senza sovrapporsi. Nel caso della partnership con Sourcesense, Red Hat sviluppa e mantiene la piattaforma open source; Sourcesense valuta requisiti e fattibilità per il cliente e costruisce un modello di adozione aderente ai suoi vincoli e obiettivi.

Essenziale è infine la sinergia operativa: la collaborazione coordinata dei diversi team che si interfacciano con il cliente.

La migrazione di 20.000 macchine virtuali

È su questi presupposti che con Red Hat abbiamo realizzato un progetto di virtualizzazione per uno dei più grandi player italiani di servizi logistici. Si trattava di modernizzare un'infrastruttura massiva portandola verso un modello cloud-native, senza interrompere la continuità dei servizi.

La risposta tecnologica è stata Red Hat OpenShift Virtualization: una piattaforma open source in cui macchine virtuali e container coesistono nello stesso control plane. Lo stesso team operations ha potuto gestire VM tradizionali e workload moderni con lo stesso strumento, seguendo un percorso di modernizzazione progressivo. Al di là delle competenze tecniche, quello che ha fatto davvero la differenza è stato il lavoro congiunto dei team, che hanno condiviso obiettivi e metodologia sin dall'inizio.

Il risultato è stato un'infrastruttura aperta, scalabile e sotto il controllo diretto del cliente. A dimostrazione che trasformazioni di questa portata, se operate con metodo, si possono realizzare.

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